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Risposte alle domande degli utenti

(Poni le tue domande agli esperti della Sacra Famiglia)


Gentilissimo dott. Pregliasco,
vorrei sapere se nella vostra struttura vi prendete cura anche di persone affette da demenza alcolica, o se offrite o siete a conoscenza di un servizio sul territorio. Mio padre ha 62 anni ed é residente in Ossola, attualmente é ricoverato presso la casa di cura di Bra.
La ringrazio per la cortese attenzione
Distinti saluti Marina

Risponde il dott. Pregliasco
Gentile signora Marina, purtroppo nelle nostre strutture non seguiamo soggetti con problematiche come quelle richieste, l’attività della Sacra Famiglia è rivolta a soggetti con ritardo mentale e patologie correlate. Per un paziente con problematiche di demenza alcolica non rimane che rivolgersi al Dipartimento di Salute Mentale competente per territorio, che dovrebbe prendersi cura del soggetto individuando le strutture idonee.
Un saluto cordiale. Fabrizio Pregliasco


Buongiorno dott. Moderato,
ho avuto modo di ascoltarla durante la presentazione del progetto Filippide che si è tenuto il 14 giugno a Milano. Devo dire che la storia di Simone ( preso in carico a 22 anni ) mi ha colpito.Vorrei sapere con quale terapia ha ottenuto dei risultati così strabilianti . Inoltre vorrei sapere che cosa ne pensa di questa nuova terapia denominata Aba e se l'ha mai utilizzata per qualche paziente . Avendo un bimbo di 9 anni autistico vorrei capire quale terapia è più efficace per mio figlio.
Grazie di una sua risposta. Maurizio

Risponde il dott. Lucio Moderato
Il modello di trattamento adottato va sotto il nome di Superability ed è un modello di mia ideazione applicato presso i Centri Diurni e le Comunità Alloggio della Fondazione Istituto Sacra Famiglia ed è un modello di presa in carico globale delle persone con disabilità e autismo multifattoriale e multidimensionale che prevede anche l'uso di tecniche derivanti da strategie cognitivo comportamentale, e quindi ABA.
Se ne vuol sapere di più resto a sua disposizione.


Caro dott. Moderato

sono un'educatrice e vivo a Udine. Ho avuto il piacere di incontrarLa e di ascoltare la Sua relazione a Garbagnate durante il convegno organizzato da “Insieme Intelligenti”. Mi permetto di scriverLe perché in questi giorni ho ripensato più volte alle sue parole.
Vivendo la mia esperienza a contatto con le tante fatiche che la vita offre in particolare ad alcuni di noi, mi sono imbattuta in un paio di occasioni in esperienza difficili, oserei dire al limite della sopportazione. Parlo di quelle situazioni che affliggono anche me perché sono costante riflessione sul significato della nostra esistenza.
Talvolta mi domando se in certi momenti Dio si sia distratto e se non si sia reso conto di quanto gli stava accadendo sotto mano. Talvolta penso che sia come se si fosse voltato per un attimo...... la realtà sono questi figli che nascono e che portano con loro un bagaglio di tanta sofferenza......
Mi sono avvicinata al Feuerstein per cercare delle risposte e nel caso dei ragazzi di cui dico sopra ho riflettuto sulla loro tipologia di "Pre Feuertein". Quei ragazzi cioè che non riescono non solo a vivere la scheda ma neppure a riconoscere il foglio. E' stato per me motivo di grande gratificazione e sollievo capire che c'è chi crede nei progressi di questi ragazzi e si impegna per il raggiungimento di tale obiettivo. A tal proposito le devo dire che la metafora da Lei espressa delle botti e del modo in cui si possano o si debbano riempire mi è rimasta nella mente e la offrirò di certo riconoscendole la Sua paternità a tutti quei "sordi" che non riescono a capire l'importanza di questa semplicissima ma profondissima azione. Il Suo intervento mi ha rassicurata molto e per questo La ringrazio molto. E' possibile che Dio si sia voltato al momento della nascita di questi ragazzi... ma il divino è che ci pensano persone come Lei a colmare quel disagio e quella sofferenza che sono il motivo dominante della loro vita e quella dei loro cari.
La ringrazio ancora e Le auguro buona continuazione per il suo lavoro. Franca Daboni

Risponde il dottor Lucio Moderato

L’intervento a cui fa riferimento la gentile signora Daboni è avvenuto al Convegno "Insieme Intelligenti", svoltosi in aprile a Garbagnate (MI), nel quale c'è stato un confronto tra il modello Superability presentato da me e il programma Feuerstein presentato dallo stesso Rafi Feuerstein.
L'incontro è stato proficuo in quanto abbiamo trovato numerosi punti di coesione e di condivisione tra i due modelli al punto tale che sono stato invitato dal dottor Feuerstein a Gerusalemme a presentare il Modello Superability da me creato.
La metafora delle botti riguarda la spiegazione dell'intervento abilitativo a favore della persona con Ritardo Mentale, che è presente anche nel mio libro, che sarà pubblicato a breve dalla casa editrice Vannini, dal titolo: “Il modello Superability, un approccio globale alla disabilità intellettiva, ai disturbi pervasivi dello sviluppo e all'autismo".

Pubblichiamo uno stralcio del libro del dottor Moderato, in particolare la parte che riguarda la metafora delle botti di cui parla la signora Daboni nel suo intervento, per completezza di informazione.

… il bambino a sviluppo tipico non impara il significato delle parole perché la mamma insegna a uno a uno tali significati, ma semplicemente perché vivendo nel mondo in cui vengono usate le parole per etichettare gli oggetti egli impara a etichettarle e riconoscerle quando certi oggetti vengono chiamati con il loro nome. Invece, il bambino con ritardo mentale impara le parole prevalentemente quando a una a una vengono costantemente insegnate dal papà, dalla mamma, dalla nonna, dal fratello ecc. È evidente che l’apprendimento accidentale è molto più elastico di quello che si verifica con l’insegnamento diretto, con la conseguenza che il linguaggio del bambino con ritardo mentale è più povero, più ripetitivo e meno lessicalmente strutturato.
Per quanto riguarda il rapporto stimolazione/ritenzione il soggetto a sviluppo tipico è in grado di ritenere memorizzandole un numero maggiore di informazioni rispetto al soggetto con ritardo mentale. In altre parole, mentre al bambino a sviluppo tipico vengono insegnate dieci abilità e ne ritiene otto, al bambino con ritardo mentale ne vengono insegnate dieci e ne ritiene due.
Per spiegare meglio i tre concetti sopra esposti si può usare la seguente metafora: il bambino a sviluppo tipico può essere raffigurato come una botte di cento litri con una apertura molto larga, mentre il bambino con disabilità intellettive possiamo raffigurarlo come una damigiana di cento litri con il collo molto stretto. La botte può essere riempita molto rapidamente con un secchio senza curarsi troppo della precisione con cui si immette il liquido nella botte perché l’apertura è molto larga e quasi tutto il liquido entra anche senza prendere la “mira”: la damigiana può, invece, essere riempita solo facendo entrare poco per volta e lentamente il liquido prendendo bene la “mira”. Inoltre la velocità di riempimento della damigiana dipende molto dalla costanza con cui viene immesso il liquido. Nel caso della botte, quindi, potremmo riempirla tanto in poche volte, nel caso della damigiana potremmo riempirla poco per volta ma sempre con costanza e precisione. Vale la pena sottolineare che la capienza dei due “contenitori” è la stessa, quello che cambia è la velocità di riempimento che dipende dalla larghezza dell’apertura, cioè dalla tipologia e dal grado della menomazione organica. Di conseguenza è necessario, per realizzare efficaci trattamenti abilitativi a favore delle disabilità intellettive, programmare e realizzare interventi mirati (con obiettivi precisi e chiari), costanti nel tempo (protratti per lunghi periodi), uniformi (attraverso ripetizioni quotidiane dell’apprendimento). È evidente che più grave da un punto di vista organico-biologico è il soggetto (più stretto è il collo della damigiana) e più si dovranno rispettare i criteri di obiettività, uniformità, costanza sopra citati.
In ogni caso deve essere sottolineato che, pur essendo la fase dell’apprendimento della
persona con disabilità intellettive più lunga e complessa di quella della persona a sviluppo
tipico, il risultato dell’apprendimento sarà sostanzialmente identico. In altre parole, una volta apprese le abilità di discriminazione dei colori o di farsi il nodo alle scarpe, queste verranno utilizzate nello stesso modo sia dalle persone a sviluppo tipico sia da quelle con disabilità intellettive. Quello che cambia è il tempo necessario per l’apprendimento.
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Sport e ritardo mentale

Carissimo Dott. Moderato,io mi occupo ormai da anni di fare sport per Normodotati e nello specifico seguo una squadra di Pallamano. Da un po' di tempo si è aggiunto un ragazzo di 20 anni con ritardo mentale. Questo ragazzo si è inserito benissimo in squadra e i suoi compagni stanno dando il massimo dell'affettuosità. Da qualche giorno si è verificato un problema: al momento di fare la visita medica di idoneità sportiva per attività agonistica, il Medico del Centro di Med. Sportiva si è rifiutato di fare la visita perchè, secondo lui, non può un ragazzo con ritardo mentale fare attività agonistica assieme a normodotati ma deve inserirsi in una squadra che faccia sport per disabili. Ho cercato leggi e normative che possano fare chiarezza su questa situazione. Nessuno sa dirmi nulla e tutti si limitano a dire che non posso tesserare il ragazzo...ma di leggi e riferimenti non ne fa nessuno. A me sembra assurdo, visto che si parla sempre di integrazione di queste persone!!!Spero mi possa dare qualche consiglio o informazione. Cordiali saluti da Rosario Calà.

Risponde il dott Lucio Moderato.
Caro Rosario Calà, rispondo volentieri alla sua e-mail che mi da l’occasione di togliermi qualche sassolino dalla scarpa riguardo il modo di interpretare la pratica dello sport per le persone disabili. Voglio chiarire che la mia competenza non è solo quella di psicologo “esperto” di disabilità intellettiva, ma anche quella di vicepresidente di una società sportiva affiliata al CIP, ma anche e soprattutto di persona affetta da disabilità motoria.
Entriamo nel tema: nel mondo tecnologicamente avanzato, quello basato soprattutto sulle performances per intenderci, c’è una visione della disabilità piuttosto olistica e statica, cioè una persona o è disabile totalmente e incondizionatamente o non lo é. Questa visione olistica è prodotta dalla confusione tra menomazione (parte fisico-biologica) e disabilità (parte funzionale). Della parte fisiobiologica è corretto che se ne occupi la medicina, con tutti gli opportuni strumenti curativi, chirurgici, terapeutici, farmacologici, mentre della parte funzionale è giusto che se ne occupi la psicologia, la pedagogia, la fisiatria, l’ergonomia. Del resto non necessariamente una persona affetta da menomazione psicologica può o deve essere permanentemente e in tutte le situazioni disabile, così come non necessariamente la persona disabile deve o può essere affetta da qualche menomazione.
Inoltre la disabilità può essere ridotta, compensata o addirittura eliminata dalla presenza e dall’uso di specifiche protesi motorie, sensoriali, cognitive etc.
In questo senso l’atleta Pistorius, famoso di questi tempi per il verdetto della FAI che lo vuole escludere dalle Olimpiadi perché disabile “troppo abile”, può essere un esempio. Un altro esempio può essere quello di una persona non vedente che è più abile di un vedente a muoversi in una stanza buia. Oltre a quanto appena descritto c’è da evidenziare che la persona è composta da diversearee di sviluppo non necessariamente evolutesi in modo armonico e uniforme. Ad esempio soggetti affetti da autismo pur avendo una importante disabilità intellettiva, possono essere molto abili su un piano motorio ed essere in grado ad esempio di sciare molto meglio dei loro coetanei considerati a sviluppo tipico o normodotati. Del resto se si considera solo la parte funzionale, tralasciando la parte organica chi è più abile tra uno sciatore con due gambe e uno che ne ha solo una? Se gareggiassero insieme probabilmente vincerebbe quello con due gambe ma sarebbe da ritenersi più bravo quello con una sola!
Mi viene da pensare che magari, certe preclusioni pregiudizionali nel far partecipare atleti disabili a competizioni e squadre per i cosiddetti normodotati nascondono un sottofondo di paura cioé che i soggetti disabili siano in realtà superabili più separabili dei normali. Pensi che bel problema culturale ci sarebbe se a Pistorius fosse consentito di partecipare alle Olimpiadi e se lui considerato disabile nella vita normale battesse in pista atleti che si credono normalmente abili!
A questo punto ragionando in questo modo si aprono 3 aspetti problematici/quesiti:
1) E se, considerando la questione solo da un punto di vista funzionale l'homo abilus" non esistesse in natura in quanto nessun uomo può considerarsi totalmente, interamente, incondizionatamente sempre e in ogni luogo e tempo abile?
2) E se cominciassimo a pensare che la disabilità è l'unica condizione normale nella vita di un individuo in quanto quando nasciamo siamo totalmente disabili (il neonato è un disabile naturale che deve essere assistito, educato e abilitato fino al raggiungimento di accettabili livelli di indipendenza e autonomia), poi diventiamo un po’ più abili (ma non totalmente) e in vecchiaia perdiamo una parte delle abilità acquisite diventando più disabili di prima alle volte avendo bisogno di continua assistenza per la sopravvivenza.
3) E se noi avessimo il coraggio di affermare la nostra disabilità senza ipocrisia sostituendo il termine diversamente abili con quello più reale di diversamente disabili?
Sicuramente il problema è complesso, tuttavia spero di avere fornito non tanto soluzioni quanto spunti di riflessione.
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Cure palliative: un traguardo ancora lontano

Gentile dottoressa Grisetti
Sono una volontaria e mi trovo spesso nelle stanze di ospedale con persone malate tumore, anche malati terminali e le posso dire che ancora non è entrata nella nostra cultura medica, la terapia palliativa. Io che vedo la sofferenza da vicino, penso spesso che dovrebbe essere legislativamente regolamentata la terapia palliativa per tutti. Si dovrebbe dare al malato la dignità di andarsene senza ridursi a pregare un medico o un infermiere di placare quelle sofferenze. Perché, le chiedo, non c'è ancora questa convinzione nei medici innanzitutto? E' menefreghismo? Ignoranza? Superficialità? O altro che io non capisco? La ringrazio. Un cordiale saluto. Adele Brambilla

Risponde la dottoressa Grisetti
Gentile Sig.ra Brambilla io credo che purtroppo in generale non siamo culturalmente preparati ad affrontare argomenti riguardanti malattia, sofferenza e morte. I traguardi che la medicina ha raggiunto negli ultimi decenni, che hanno portato ad un aumento dell’età media di sopravvivenza, hanno fatto sì che si sia arrivati alla convinzione che a qualunque problema si possa trovare una adeguata risposta e che per ogni malattia vi possa essere, se non una guarigione, una stabilizzazione della stessa con una adeguata qualità di vita.
Purtroppo non è così e ci sono malattie che anche nel 2008 portano a morte. L’atteggiamento comune di fronte alla malattia e alla sofferenza è quindi quello di rifiuto e di fuga. Per quel che riguarda il malato oncologico sta crescendo, anche nel nostro Paese, la sensibilità nei confronti di approcci che possano aiutare ad alleviare la sofferenza cosiddetta “globale” (fisica, psicologica, sociale, spirituale) attraverso l’istituzione di unità di cure palliative nella quale operano diverse figure professionali (medico, infermiere, psicologo, fisioterapista, ministro di culto…) che, attraverso un intervento multidisciplinare, aiutino il paziente e la sua famiglia ad affrontare una situazione delicata e critica qual è quella del malato oncologico, soprattutto nelle fasi terminali. La strada da percorrere è sicuramente ancora molto lunga ma io credo che lentamente si possa creare un percorso culturale che ci permetta di poter affrontare con maggiore attenzione anche queste situazioni. Resto a disposizione per un eventuale ulteriore confronto sull’argomento.
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Terapia per persona autistica

Gentile dottor Moderato, sono la zia di un ragazzo autistico di 14 anni.Mio nipote è attualmente ricoverato in una "struttura" in provincia di Como (mentre i suoi genitori abitano in provincia di Milano), nella quale attualmente svolge piccole attività con il solo scopo di tenerlo lontano dai pericoli per se stesso e per gli altri.Il ragazzo prende psicofarmaci dall'età di 8 anni ed in questo lungo periodo ha cambiato decine di tipologie con altrettante combinazioni diverse, senza però ottenere nessun beneficio, anzi complicando la situazione in modo piuttosto grave (effetto paradosso, aggressività).La mia domanda è questa: ho sentito parlare di una terapia comportamentale (ABA) e della possibilità di portare il ragazzo in una struttura dove tale terapia è applicata. Lei cosa ne pensa?Credo che a 14 anni ci sia ancora, per mio nipote, qualche possibilità di recupero e il diritto di poter tornare con i suoi familiari.SalutiC. C.

Risponde il dottor Moderato
Gentilissima signora, non mi stupisce che lei abbia notato un peggioramento dei comportamenti aggressivi dopo l'uso di psicofarmaci in quanto alcuni psicofarmaci sui soggetti autistici hanno un effetto paradosso.
La scelta del farmaco deve essere fatta sulla base delle compatibilità individuali. I farmaci devono essere usati non tanto come soluzione del problema che deve essere psicoeducativa ma come aiuto per fare in modo che gli interventi psicoeducativi strutturati siano efficaci.
La maggior parte delle stereotipie negli autistici si manifestano quando il soggetto non capisce cosa sta succedendo, oppure si tratta di un malessere interno fisico che non riesce a spiegarsi, o, ancora, non capisce ciò che l'ambiente richiede di fare perché quest’ultimo usa sistemi di comunicazione che lui non é in grado di comprendere.
Riguardo al metodo Aba (acronimo di Applied Behavioral Analysis, ovvero Analisi Applicata al Comportamento) esso è fondato sull’osservazione del comportamento del soggetto autistico in modo da consentire la progettazione e l’attuazione di interventi per il cambiamento dei comportamenti inadeguati e l’apprendimento di nuove abilità. Il principio centrale è quello del rinforzo utilizzato per inibire o, al contrario, incrementare, determinate azioni in modo da sviluppare e consolidare nuove abilità.
Dunque, solo dopo aver fatto l'analisi funzionale del comportamento di suo nipote e trovato gli elementi “sbagliati”, si può strutturare un intervento psicoeducativo per la riduzione di tali comportamenti disadattivi, magari aiutandosi con l'uso di psicofarmaci.
E' comunque l'intervento psicoceducativo che modifica stabilmente seppur lentamente il comportamento del soggetto autistico perché il comportamento disadattivo deve essere sostituito da uno adattivo e il farmaco "semplicemente" inibisce l'emissione del comportamento disadattivo. Ovviamente tali procedure di intervento vanno applicate da personale esperto e competente e in ogni caso la letteratura scientifica del settore ha dimostrato che l'intervento psicoeducativo strutturato é l'unico intervento veramente efficace.
Cordiali saluti.

(La risposta è integrata, per volere dello stesso dottor Moderato, da quella del neuropsichiatria della Divisione Disabili 1 della Fondazione Sacra Famiglia, dottor Emilio Castiglioni, qui di seguito riportata, in merito all’utilizzo di psicofarmaci in persone affette da autismo)

Risponde il dottor Emilio Castiglioni, neuropsichiatria della Divisione Disabili 1 Fondazione Sacra Famiglia
Da tempo è diventata una modalità operativa acquisita quella di trattare i soggetti affetti da autismo con un intervento multidisciplinare dove l'operare educativo riabilitativo si fonde con quello psicologico e farmacologico medico.
Soprattutto, dovendo agire con dei soggetti giovani, diventa ancora più importante questo tipo di approccio, privilegiando l'intervento educativo, con la strutturazione adeguata dell'ambiente, dei tempi e di tutto ciò che riguarda la prevedibilità del quotidiano.
A fronte di modalità disadattive, problematiche, auto-eteroaggressive tali da rendere difficoltoso il quotidiano del soggetto, si rende a volte opportuno, a volte necessario, l'utilizzo di una terapia psicofarmacologica.
Sono da privilegiare per un trattamento a medio-lungo termine i cosiddetti "stabilizzatori dell'umore" che servono a modulare i comportamenti disadattivi , accompagnati dai neurolettici dell'ultima generazione per cercare di eliminare gli aspetti più critici in tempi più brevi.
Spesso si utilizzano gli antidepressivi quando si riesce a evidenziare una componente di angoscia e di preoccupazione non controllata che sottende le modalità comportamentali problematiche.
Le benzodiazepine sono spesso portatrici di effetti paradossali e in linea di massima da evitare.
Occorre ricordare che uno psicofarmaco è come un "abito" cioè va indossato, e deve essere fatto su misura. Cosa va bene per un soggetto non va bene per un altro e questo spiega la comparsa di effetti collaterali in maniera spesso difficilmente prevedibile e la diversità delle posologie utilizzate.
Infine, ricordo che una volta che cominciamo ad usare psicofarmaci, iniziamo a percorrere una strada che difficilmente verrà interrotta e per questo prima di cominciare una terapia con un soggetto giovane dobbiamo essere sostenuti da motivazioni più che necessarie.


Nuoto riabilitativo

Spett.le dottor Pregliasco, vorrei sapere se presso il vostro istituto ci sono corsi di nuoto riabilitativo o fisioterapia in acqua o altrimenti se sa quale possa essere vicino a MIlano una struttura dove si svolga tale attività. Grazie. D.R.

Risponde Fabrizio Pregliasco
Gentile signor D.R., proprio in questi giorni stiamo allestendo il servizio da lei citato. Ma per le modalità e gli orari devo aspettare che tutto sia definito con maggiore precisione. Sarà mia cura informarla attraverso il sito del nuovo servizio attivato presso la Sacra Famiglia. Arrivederci.


Cure per una persona affetta da Sindrome di Down che ha subito un trauma cranico in un incidente stradale

Buongiono, vorrei chiedere al Dottor Moderato un consiglio su mio fratello P. Chiedo un aiuto in quanto da ca. due anni mio fratello invalido civile affetto da Sindrome di Down manifesta una serie di problemi sopraggiunti, forse, anche in seguito a un incidente stradale. Mi sono rivolta a vari Ospedali ma alcuni non trattano ragazzi con questo handicap, per alcuni trattano solo ragazzi fino al 18° anno. Chiedo se un ragazzo di 32 anni non debba essere visitato e curato da nessuno in quanto "vecchio" oppure perchè disabile. Descrivo in modo dettagliato la patologia di mio fratello. E' un ragazzo con Sindrome di Down con deficit mentale. Nel 2002 è stato coinvolto in un incidente stradale riportando trauma cranico con ematoma extradurale. I vari controlli effettuati dopo l'intervento davano risultati abbastanza positivi, a distanza di due anni ho notato la mancanza di equilibrio nella deambulazione, dalla risonanza magnetica è risultato "Idrocefalo Stazionario", si spaventa al minimo rumore e a volte cade a terra divenendo bianco in faccia. In mezzo alla folla diventa nervoso e vuole allontanarsi, cosa che prima non succedeva. Perché gli accade questo? E cosa è possibile fare per lui? A che tipologia di struttura sanitaria devo rivolgermi? N.F.

Risponde il Dottor Moderato
Gent.ma Sig.ra N.F., non mi stupisco ma mi indigno che suo fratello affetto da Sindrome di Down non venga curato come un normale paziente che al di là della sindrome abbia problemi sanitari. Non mi stupisco, perché le strutture ospedaliere in Italia scelgono la strada più comoda. Mi indigno perché non dovrebbe essere così in quanto le cure sanitarie della persona sono un diritto di tutti i cittadini, che siano disabili o non. Il problema è che la maggior parte delle strutture sanitarie italiane non hanno sufficienti competenze per trattare casi che escono dallo standard consueto. Ma se questo é vero, é loro dovere attrezzarsi.
Per quanto riguarda il caso in oggetto, posso azzardare un'ipotesi in base alla quale oltre ad avere subito un trauma cranico pesante, suo fratello ha anche avuto effetti collaterali fobici che provocano a lui emozioni di panico e di agorafobia. Mi stupisce però che questo avvenga a circa 2 anni di distanza. Per approfonditi esami neurologici, la struttura migliore é quella dell'Istituto Besta di Milano, mentre invece per tutti gli aspetti di panico e di agorafobia sarebbe meglio rivolgersi a una struttura psichiatrica che possa prescrivergli farmaci ad hoc, anche se questi farmaci devono essere limitati al momento del bisogno, al fine di non farlo diventare farmaco dipendente.
So che queste mie risposte sono solamente delle indicazioni, spero che siano sufficienti per fornirle una strada da percorrere.
Cordiali saluti.


Il vaccino per il morbillo parotite rosolia

Buongiorno Dottor Pregliasco, l'ho ascoltata tante volte alla radio, volevo chiederle: la pediatra di mia figlia di 3 anni mi ha consigliato di fare il vaccino per il morbillo parotite e rosolia. Io non sono molto d'accordo. Ho timore dei vaccini e non so se questi siano così indispensabili. Secondo lei è davvero utile? Se lo faccio una prima volta ci sono dei richiami? E per quanto tempo eventualmente il vaccino copre? La ringrazio. M.S.

Risponde il Dottor Pregliasco
La campagna di vaccinazione con il vaccino trivalente morbillo/rosolia/parotite è stata promossa dal Ministero della Salute. Vuole arrivare a deradicare in Italia queste patologie che possono determinare diverse complicanze. Infatti non tutti considerano il morbillo la malattia seria che è in realtà, forse perché essa ha fatto parte della storia dell'infanzia di molti genitori; tuttavia, il morbillo può essere una malattia molto grave, le cui complicanze più temibili sono l'encefalite, che colpisce circa 1 bambino su 1.000 malati di morbillo, e la polmonite, che colpisce il 6% circa dei bambini che hanno il morbillo.
Queste complicazioni possono determinare conseguenze permanenti, come danni cerebrali o ritardo mentale o, addirittura, condurre alla morte.
Nel 2002 si è verificata in Italia una estesa epidemia di morbillo, con oltre 40.000 bambini malati, più di 1.000 ricoverati in ospedale, 23 encefaliti e 4 decessi.
La parotite guarisce in circa una settimana, ma può complicarsi dando:
- meningite nel 10% dei casi;
- infiammazione del pancreas nel 4% dei casi;
- sordità permanente in 1 caso ogni 10.000 ammalati.
L'infezione acquisita dopo la pubertà può causare infiammazione dei testicoli nel 30% dei casi o delle ovaie nel 5% dei casi.
Il virus della rosolia, invece, passa attraverso la placenta e, per questa via, infetta il prodotto del concepimento: l'85% delle infezioni acquisite nel primo trimestre di gravidanza (ed il 52% delle infezioni contratte dalla 9a alla 12a settimana di gravidanza) possono causare un aborto o gravissimi danni al bambino, quali sordità, ritardo mentale, cataratta ed altre affezioni degli occhi, malformazioni cardiache, ecc. (sindrome della rosolia congenita).
Non esiste una terapia specifica contro queste patologie, ma possono essere prevenute con una vaccinazione sicura ed efficace (unica e valida contro tre patologie: il morbillo, la rosolia e la parotite).
E' sufficiente una singola dose da ripetere eventualmente a 12 anni per permettere una sicura copertura alle infezioni.
Difficile rispondere brevemente riguardo all'utilità delle vaccinazioni. Si può dire che i vaccini (che pure hanno effetti collaterali) hanno un confermato vantaggioso rapporto tra vantaggi ed effetti avversi (spesso eccessivamente enfatizzati). Difficile però convincersi di questa utilità a livello del singolo soggetto perchè i vantaggi si vedono a livello di comunità come dimostrato dall'eradicazione del vaiolo e dai notevoli risultati ottenuti contro la poliomielite, che oggi è presente solo in alcune sacche di paesi che non vaccinano i propri bimbi.


Il vaccino per la polmonite

Gent.mo Dottor Pregliasco, vorrei chiederle se è possibile far fare per questo inverno alla mia mammma di anni 70, la vaccinazione anti pneumococco per polmonite batterica ed anche il vaccino antinfluenzale che fa ormai adiuvato, da parecchio tempo. Le vaccinazioni si possono fare vicine? Oppure con un lasso di tempo tra l'una e l'altra. E poiché facciamo da sempre il Fluad per l'influenza, quale vaccino mi consiglierebbe per la polmonite? Grazie. S.C.

Risponde il Dottor Pregliasco
Ritengo molto opportuno eseguire la vaccinazione antipneumococcica in aggiunta alla vaccinazione influenzale in quanto il pneumococco è una delle principali complicanze batteriche conseguenti all'influenza e vede come categorie interessate gli stessi soggetti a cui si suggerisce la vaccinazione.
Il vaccino antipneumoccico può essere somministrato contemporaneamente (in due punti diversi) a quello antinfluenzale, è sufficiente una singola dose da ripetere dopo cinque anni. Esiste un solo tipo di vaccino per adulti che ha come nome commerciale pneumo23.


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