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La storia di Mauro e il suo ritorno alla luce

La storia di Mauro e il suo ritorno alla luce nel Centro Diurno Santa Chiara di Sacra Famiglia.

Mauro ha trascorso un’adolescenza serena, trascorsa tra la scuola e tanti amici, poi un improvviso trauma e una crisi durata due anni. La vita di Mauro sembrava scandita da due soli tempi. Ma per fortuna, dopo Sacra Famiglia, ce n’è stato un altro …

Due anni di buio. Prima, una vita normale tra scuola, oratorio, amici, sport, gite, viaggi… Poi, dopo una giornata sbagliata e un episodio a metà tra il bullismo e la molestia, nella testa di Mauro la luce si spegne. Improvvisamente. «Non è stato più lui. Di colpo, non lo riconoscevo più»: mamma Floriana, 59 anni, ha ancora la voce incrinata quando ricorda quel tunnel durato due lunghi anni.

«Era devastato, violento, si faceva del male … lui che prima era così allegro e solare. Lo psichiatra ci ha spiegato che l’aggressione subita aveva creato una sorta di “black out” nella sua mente, che l’ha portato ad azzerare le esperienze positive di prima e l’autostima che si era costruito. Si è chiuso in casa, ha iniziato a ingrassare … io ho sofferto come se fosse morto. Non mi vergogno a dirlo».

Così un giorno di sette anni fa, anche se con una buona dose di diffidenza e scetticismo, Mauro si ritrova all’ingresso del Centro Diurno per Disabili S. Chiara di Sacra Famiglia a Cesano Boscone.

«Per una settimana intera è rimasto seduto sulla panchina vicino all’entrata del centro diurno, e io con lui», racconta Emilio Garino, 38 anni, l’educatore di riferimento del centro diurno con cui Mauro ha trascorso molto tempo. «Non voleva entrare, non c’era verso. Diceva che qui non ci voleva stare, e punto. È stata una sfida che ha messo alla prova l’intero gruppo di lavoro ma che abbiamo accettato. L’arrivo di un ospite “impegnativo” porta a riorganizzare tutto e a rimetterci in discussione… e non è detto che sia un male, anzi». Così Emilio e i colleghi iniziano a lavorare sulla fiducia, per fargli capire che questa volta «nessuno voleva fregarlo».

Piccole tappe, piccoli traguardi. Due passi nell’atrio, mezz’ora nella prima stanza, un’altra mezz’ora seduto sulla sedia, un “ciao” detto ai compagni del centro diurno con cui, i primi tempi, aveva deciso di non parlare. «Odiava sentirsi dire di fare il bravo», ricorda Emilio, «aveva stabilito un certo confine tra sé e gli altri, e nessuno doveva superarlo. Poi piano piano… abbiamo trovato la chiave». Una chiave che, nel caso di Mauro, è stata la stima.

Sei qui non per ricevere ordini, ma per fare una strada che decidiamo insieme di percorrere. «Ha iniziato a sciogliersi quando ha capito che sapeva fare tante cose, che non era un peso, ma un aiuto. Gli dicevamo: vai in falegnameria a dare una mano all’istruttore che ha bisogno di te. Spiega come funziona il computer ai tuoi compagni. Andiamo in biblioteca a noleggiare un film così lo fai vedere ai tuoi… Si è aperto uno spiraglio».

«Sacra Famiglia l’ha preso nel punto più basso», sottolinea la mamma, «cucendogli addosso un progetto che ha compreso le sue caratteristiche, come la testardaggine, senza calcolare i tempi di risposta. Hanno saputo aspettare. Lui si è sentito compreso nella sua fragilità e ha ricominciato a pensare di potercela fare. Che qualcosa di buono per lui sia ancora possibile».

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