Lasciare il proprio luogo di origine, il Kerala, in India, e affrontare un lungo viaggio per stabilirsi in Italia potrebbe spaventare molti, ma non Binoy Jose. È un salto verso l’ignoto e un mondo sconosciuto. Eppure Jose, che è nato 44 anni fa nello stato situato sulla costa tropicale indiana del Malabar, nel 2010 lo ha fatto. Ora lavora come infermiere al reparto di riabilitazione specialistica di Casa di Cura Ambrosiana e vive con la moglie Sherine e i loro tre figli a Cesano Boscone. Si è integrato ed è entrato a far parte del coro della chiesa e del consiglio pastorale, attività che gli hanno permesso di migliorare velocemente l’italiano. Così, grazie alla conoscenza della lingua, Binoy ha potuto muovere i passi per realizzare il suo sogno: diventare infermiere. È uno dei circa 50 dipendenti indiani della Fondazione, che rappresentano il secondo gruppo più grande di stranieri operativi in Sacra Famiglia (il 16% sul totale di chi viene da altri paesi), dopo il Perù che conta 63 lavoratori (21% sul totale). Tra gli infermieri stranieri quasi uno su due è di origine indiana, il 48%.
Il sogno di diventare infermiere
«Le sentivo dire: 'voglio fare l'infermiera'. Mi è rimasta questa voce dentro ed è diventata una passione. Ho mollato l’università al terzo anno per fare il corso di infermieristica triennale in India poi, dopo tre anni di lavoro, sono venuto qui», racconta lui a proposito della zia e della sorella, infermiere a Genova e a Milano. È stato proprio il loro esempio a spronarlo a cambiare strada. Sì, perché prima di avere il coraggio di seguire il proprio cuore, Jose faceva altro nella vita: era uno studente di Economia. Appena giunto in Italia ha iniziato a studiare per l’esame di equipollenza, superandolo pochi mesi dopo il suo arrivo. Da lì ha preso il via la sua nuova vita, che in Sacra Famiglia è cominciata al reparto San Luigi nel 2011. Dieci anni più tardi si è spostato al reparto di riabilitazione specialistica dove è tuttora. Sempre nella Fondazione, Binoy Jose ha trovato anche l’amore. Lei si chiama Sherine, ha 37 anni e dal 2019 lavora in Sacra Famiglia, ha iniziato al San Luigi e si è poi spostata al Santa Maria Bambina dove è tuttora.
Una nuova casa in Italia
Anche Cyriac Simimol, 40 anni e infermiera al San Luigi, ha una lunga esperienza alle spalle, che ha maturato 11 anni di lavoro nella RSA San Pietro, sempre a Cesano Boscone (dove è arrivata nell'aprile del 2010). La sua storia parte dall’India, dove si è laureata in infermieristica e ha lavorato per 3 anni come infermiera strumentista in sala operatoria cardiochirurgia e come infermiera anestesista prima di trasferirsi qui. Dal 2009 in Italia, anche lei si è inizialmente dedicata allo studio e nel 2010 ha superato al primo tentativo l’esame OPI (Operatore dell’Infanzia).
«Sono arrivata da sola a 23 anni e ho viaggiando tra Roma e Bari prima di arrivare a Milano. Qui ho costruito la mia famiglia e ora sono diventata cittadina italiana», racconta lei, che vive insieme al marito Vengacheriyil Thomas Saneesh (anche lui originario del Kerala e infermiere al San Luigi) a Cesano Boscone con i loro tre figli.
Ma queste non sono le uniche storie di persone che hanno lasciato il proprio Paese d'origine, trovando un nuovo inizio in Sacra Famiglia. Anche il trascorso di Cristina Soyan, 27 anni e infermiera nella RSD Santa Rita, è simile. Due anni dopo essere arrivata, Soyan ha sposato l’ingegnere Thomas Anto, con cui a settembre 2025 ha avuto la figlia Ezlyn Anto Thomas. In India era già infermiera e racconta così il motivo del trasferimento: «Conoscevo una suora che lavorava nella sede di Cocquio Trevisago e lei mi ha detto che Sacra Famiglia cercava infermiere durante il periodo del Covid-19. Così, ho deciso di venire in Italia».
Le comunità di religiose indiane in Sacra Famiglia
E poi c’è Ben, un infermiere di 39 anni che ha lasciato l’India per lavorare nella RSD San Giuseppe a Cesano Boscone. Anche lui è venuto a conoscenza dell’opportunità offerta da Sacra Famiglia grazie a una suora della sede di Cocquio Trevisago. Quell’anno, insieme a lui, sono arrivati circa altri 20 infermieri, che sono stati assunti attraverso il supporto diretto della Fondazione. Sì, perché Sacra Famiglia ha sempre coinvolto comunità di religiose indiane che svolgono professioni sanitarie, a partire dalle due più storiche che risiedono nelle sedi di Regoledo di Perledo(LC) e Verbania. Una comunità che si è poi ampliata nel 2015, anno in cui sono arrivate tre suore a Cocquio Trevisago, in provincia di Varese, che hanno dato il via a un efficace passaparola per informare familiari, amici e conoscenti indiani delle opportunità offerte dalla Fondazione. E così, grazie alla loro intraprendenza, sono stati assunti circa 30 infermieri, suddivisi tra tutte le sedi. Con gli anni i dipendenti indiani di Sacra Famiglia sono aumentati fino a raggiungere gli attuali 47, di cui un medico, diversi infermieri, Asa, Oss e un ausiliario della cucina. Al loro arrivo in Italia si sono trovati tutti di fronte alle stesse difficoltà: una lingua e cultura diverse, il riconoscimento e la traduzione dei titoli di studio e l’ottenimento dei documenti necessari per restare. Ma Sacra Famiglia non lascia mai indietro nessuno e li ha sostenuti e aiutati fin da subito, anche adoperandosi per avviare tutte le pratiche necessarie per il rilascio dei documenti con il Ministero degli Interni, il Ministero della Salute, la Prefettura e la Questura.
India e Italia, due sistemi sanitari completamente diversi
Un’attenzione e un supporto testimoniate dalle esperienze di Binoy Jose, Cyriac Simimol, Cristina Soyan e Ben. Proprio quest’ultimo racconta quanto sia stata fondamentale la presenza di Sacra Famiglia per la sua vita qui: «La Fondazione ci ha aiutato molto. Per farci imparare la lingua è stato organizzato un corso lungo più di un anno e abbiamo studiato al Centro Formazione anche per ripassare in vista dell'esame infermieristico. Sacra Famiglia ci ha poi fornito gratuitamente un alloggio per due anni e si è occupata delle pratiche per farci ottenere il permesso di soggiorno e la carta d’identità». Dalle loro precedenti vite in India i quattro professionisti si sono portati un bagaglio culturale che ha arricchito sia la Fondazione sia il loro lavoro qui. Un insieme di conoscenze che deriva dall’aver conosciuto un sistema sanitario completamente diverso dal nostro, che Cyriac Simimol riassume così: «In India il settore sanitario è, per lo più, privato e ha costi elevati. L’assistenza nelle zone rurali è ancora insufficiente e ricordo che lavoravamo con un carico di pazienti molto alto nel reparto di rianimazione, qui in Italia c’è un livello standardizzato e garantito». Ora queste quattro persone respirano la quotidianità e i valori di Fondazione Sacra Famiglia e si sono integrati con successo, come testimonia Ben che è pronto a dare una bellissima notizia resa possibile grazie al legame con la Fondazione: «Sono in Italia da solo da tre anni, ma quest’anno arrivano mia moglie e i miei figli. Ho comprato una casa vicino a Cesano Boscone e anche mia moglie, che è infermiera, lavorerà in Sacra Famiglia».