Giuseppe guarda Valeria, poi si gira verso di me. Fa un gran sorriso e dice: «Ma tegnan propri da cùnt». Ha 97 anni e parla solo in dialetto milanese. Quel suo “mi tengono da conto” straborda di gratitudine: lui, qui, si sente visto, curato, prezioso. Giuseppe vive qui dall’8 ottobre 1934: sono 92 anni. Nemmeno aveva una disabilità, lui. Chiara Valentini, responsabile della residenza San Luigi, sfoglia i faldoni, spulcia i fogli ingialliti scritti in bella calligrafia e legge: «Classe 1926, la madre morì nel darlo alla luce, ultimo e unico sopravvissuto di sei figli. Il bambino venne allevato dalla nonna materna e quando questa mancò fu ricoverato in Istituto, all’età di cinque anni». Questa, per lui, non è solo “casa”: è famiglia. Giuseppe è uno dei 216 “utenti storici” della Fondazione: la prima cosa che tutti dicono appena lo si nomina è: «Sorride sempre». Giuseppe è un animo lieto e ama la musica: «Claudio Villa», grida entusiasta. Sullo smartphone cerchiamo Granada, lui canta e con la mano destra dirige il coro. Valeria lo guarda e sussurra: «È l’unico che ringrazia sempre. Mi commuove». Fra gli “storici” c’è anche Costantino, che di anni ne ha appena compiuti 100 e alla Sacra Famiglia è entrato nel 1943: da vent’anni non c’è più nessuno che viene a trovarlo. «La sua famiglia siamo noi», dice Valentini. Carlo invece è molto più giovane: ha 59 anni e vive qui da quando ne ha 13. Ha lavorato nella falegnameria, nella serra, nel laboratorio di assemblaggio. È legatissimo alle sorelle, ai loro figli e ai nipoti: da oltre quarant’anni lo portano a casa a turno, ogni quindici giorni. Mi racconta orgoglioso che il prossimo weekend andrà a vedere il saggio di danza di una nipotina, poi dal nulla cambia discorso e mi chiede: «Come si chiama tua mamma?».
La graziella d'argento
Poi c’è Livio, che gira tra le palazzine e i viali alberati della Fondazione su una vecchia bici riverniciata d’argento. In tasca Livio tiene sempre la sua armonica a bocca, ogni tanto la tira fuori e improvvisa un concertino. Alla ribalta del palco è abituato: si esibisce con i Todos Santos, la band composta da dipendenti ed ex dipendenti di Sacra Famiglia. «Negli anni del dopoguerra Sacra Famiglia era una specie di piccolo paese che si autososteneva: c’erano il calzolaio, il panettiere, il falegname… Alcuni ospiti imparavano un mestiere. Negli anni le cose sono cambiate, ma per tanto tempo ci sono stati dei laboratori: falegnameria, ceramica, manutentori di telefoni… Livio – e con lui tanti altri – sentivano di avere un ruolo, erano riconosciuti per quello che facevano. La band adesso per lui ha la stessa funzione di gratificazione, lo fa sentire importante: è una cosa che abbiamo cercato di tutelare», dice Sarah Franceschi, responsabile della residenza San Giuseppe. Livio raccoglie tutte le ultime novità di quel piccolo mondo che è Sacra Famiglia e quando viene a sapere qualcosa di interessante – un ospite che è morto, due che hanno litigato – inforca la sua graziella d’argento e corre a raccontarlo a Paola Cattani, la segretaria del presidente. «Il tempo per fare due chiacchiere con Livio è parte della nostra vita quotidiana. Non distinguerei tra vita e lavoro, qui sta tutto insieme. Lavoriamo tutti con la porta aperta, compreso il presidente: non ha mai rimandato indietro nessuno», mi dice Paola.
Meglio che a casa
Molti degli “storici” sono persone con una disabilitò complessa, entrate in Sacra Famiglia bambine e cresciute qui. Non è una questione di “abbandono”: semplicemente molte famiglie non avevano gli strumenti culturali ed economici per far fronte a una disabilità di quel tipo, con necessità assistenziali importanti e pochi sostegni fuori dalla famiglia. I genitori erano certi che in Sacra Famiglia sarebbero stati meglio che a casa: perché qualcuno li avrebbe seguiti, perché c’era la scuola speciale, perché forse avrebbero addirittura imparato un mestiere. Sacra Famiglia per tutti loro è diventata “casa”: «Casa è il luogo in cui sai che c’è qualcuno che si prende cura di te. I muri potrebbero anche cambiare: sono la relazione e la cura a fare casa», afferma Gabriella Meroni, che segue la comunicazione della Fondazione.
La mamma che cambia
Essere famiglia, concretamente, vuol dire fare un dono per il compleanno o per Natale, accogliere il malumore nelle mattine che iniziano storte e i sorrisi di quelle che partono in quarta, inventarsi proposte nuove. «Una volta ero preoccupata per lo spostamento di un ospite da una residenza all’altra, qui in Sacra Famiglia», racconta Paola Crosti, coordinatrice della residenza San Carlo. Ma poi una persona mi ha spiazzata dicendomi “Che problema c’è? Qui ci conosciamo tutti. Io sono abituato a cambiare mamma ogni sette ore: cambia, ma è sempre mamma”».
Giuseppe Galli: «Mi tengono da conto»
«Ma tegnan propri da cùnt», ripete Giuseppe nel suo dialetto milanese: mi tengono da conto. A 97 anni è questo che sente di essere: visto, curato, prezioso. Vive a Cesano Boscone dall'8 ottobre 1934: 92 anni, un record, l'ospite più storico di tutti. Eppure una disabilità, lui, non l'aveva nemmeno.
Classe 1929 e una storia drammatica: la madre muore nel darlo alla luce, unico sopravvissuto di altri sei figli, allevato dalla nonna e poi, alla morte di lei, accolto in Sacra. A 5 anni. Non era solo, Giuseppe: con lui c'erano tanti altri bambini, e lui vive Cesano non solo come "casa", ma come la famiglia che la vita non gli aveva dato.
Negli anni lavora, viaggia (pellegrinaggi e vacanze al mare), diventa amico di tutti. E ha una caratteristica: sorride sempre. Ama la musica («Claudio Villa!») e di quella lunghissima storia è, forse, la voce più riconoscente: «È l'unico che ringrazia sempre», dice di lui Valeria, l'operatrice che lo vede tutti i giorni alla RSA san Luigi. «Mi commuove».
Carla Roveda: «Eccomi, sono l'ultima ancella»
A 95 anni, Carla Roveda è rimasta sola: è l'ultima delle Ancelle di Sacra Famiglia, l'ordine che monsignor Luigi Moneta fondò nel 1928 per accogliere ragazze che sognavano di consacrarsi a Dio ma che le congregazioni tradizionali rifiutavano a causa di lievi disabilità. Negli anni furono decine; oggi, nella RSA San Luigi, di quella storia resta soltanto lei.
La loro non è mai stata una vita di sola contemplazione: c'erano la messa di ogni mattina e la preghiera, ma soprattutto il lavoro fatto di servizio semplice e una condivisione quotidiana con gli ospiti, grandi e piccoli, per i quali Carla ha speso ogni giorno della sua vita. La comunità ha cessato di già da tempo, perché sotto i tre membri un ordine religioso si scioglie da sé, e a una a una le compagne se ne sono andate; ma Carla probabilmente non lo sa, e continua a pregare davanti alla statua della Madonna e a farsi portare in chiesa per la Messa, con gli occhi di chi già vede ciò che non si vede.
Leggi qui, sul sito di Vita, l'articolo integrale di Sara De Carli