Non era stato particolarmente difficile raggiungerlo. La mediazione della moglie Daniela era stata necessaria - lei curava i rapporti con la stampa e in generale con i tanti che volevano raggiungerlo - ma quando Alex Zanardi, il grande campione scomparso venerdì 1° maggio, aveva capito chi era Sacra Famiglia e perché volevamo parlargli, aveva accettato subito. Una lunga chiacchierata non formale, che oggi ripubblichiamo per rendergli omaggio e ringraziarlo del suo esempio, durante la quale si intuiva che spesso sorrideva. Come faceva sempre.
La vittoria non vale niente se non la condividi con nessuno
«Sono molto contento che abbiate pensato a me, è un onore e un piacere»: Alex Zanardi da un lato stupisce, da un altro no. Il lato sì, è che sia lui a ringraziare noi per avergli dedicato la copertina di questo giornale; il lato no è che sentendolo parlare in tv, vedendo il suo sorriso e i suoi modi gentili, uno si aspetta che sia veramente quella persona umile, altruista e squisita che è. Ne abbiamo avuto una conferma con questa intervista, cominciata nel modo che avete letto sopra, e andata avanti avendo bene in mente le tappe della risalita di Alex (ma non siamo sicuri che questa definizione gli piaccia) dopo l’incidente in pista che gli tranciò le gambe nel 2001, alle medaglie paralimpiche di Londra 2012 e Rio 2016, alla Coppa del Mondo di Handbike conquistata più volte. Fino a oggi, fresco del record stabilito alla gara di triathlon di Barcellona (dove gareggiava con atleti normodotati) completata in meno di 9 ore (nella foto sopra, all’arrivo). Mai nessun atleta paralimpico c’era riuscito prima di lui.
Alex Zanardi, dove ha trovato le risorse per reagire a quell’incidente che l’ha trasformato, di fatto, in una persona disabile? Da dove è ripartito?
Sono ripartito dalla domanda giusta: non mi sono mai chiesto «come farò a vivere senza gambe», ma «come farò tutto quello che voglio fare senza le gambe». Era una domanda carica di curiosità, non di angoscia, tanto è vero che appena uscito dalla fase di ripristino delle funzioni vitali (per 50 minuti Zanardi ha avuto in corpo meno di 1 litro di sangue, ndr), e dal tunnel degli interventi, mi sono guardato intorno e ho visto altri come me che ce l’avevano fatta. Aver saputo mantenere la curiosità mi ha messo sulla strada giusta: trasformare quello che mi era successo in una grande opportunità.
Già, la curiosità. Quanto è importante mantenerla, insieme alla voglia di vivere?
È fondamentale. La mia curiosità per il funzionamento dei motori, che ho sempre avuto nell’automobilismo, mi ha permesso di appassionarmi ai dettagli tecnici sia delle mie protesi che delle auto o delle bici che ho utilizzato nella mia “seconda vita”. La vita ne sa più di noi, occorre rimanere aperti a ciò che accade, sapendo che in qualsiasi evento non c’è mai solo bene o solo male: se siamo abbastanza curiosi da scavare nella scatola che la vita ci regala, dopo tanta schifezza magari in fondo c’è anche quel poco di bene che diventa il punto su cui ricostruire. Con questo atteggiamento credo di aver indirizzato la mia esistenza verso un orizzonte nuovo.
Lei è un campione di sport individuali, ma quanto è importante non essere solo? Quanto conta la “squadra”?
Secondo me al mondo non c’è niente che possa essere fatto in modo totalmente autonomo. Saper fare squadra è una delle mie regole, e non solo nello sport: la condivisione è il moltiplicatore della gioia, le emozioni valgono di meno se non hai nessuno a cui raccontarle. Il pilota sembra un eroe solitario, ma se non ha presente il ruolo della squadra difficilmente riesce a essere un buon pilota. Vale anche per me: la mia squadra è fatta di tante persone, il direttore generale è mia moglie Daniela, una donna fantastica, mia madre, che non è più con noi ma è stata una nonna bravissima per mio figlio Niccolò, insomma una rete di affetti che ha fatto la differenza. Anche se bisogna stare attenti...
A che cosa?
A volerli accettare, questi aiuti. Perché tutto il sostegno e l’affetto del mondo non vale niente se tu non sei disposto ad accoglierlo. Non è scontato. Quando nella vita succede qualcosa di brutto, spesso si reagisce in modo sbagliato, ci si chiude. Grazie a Dio a me non è accaduto.
Qualcuno potrebbe dire: facile che lo dica Alex Zanardi che ha vinto tutto... ma vale la pena di andare avanti, nello sport e nella vita, quando oltre ad avere delle difficoltà i risultati non ci sono?
Non bisogna vedere i risultati come passaggio fondamentale per raggiungere la felicità. Le racconto una cosa. Io ho vinto due paralimpiadi: quando ho tagliato il traguardo per la seconda volta, solo davanti a tutti, anche se è una figata pazzesca, nonostante tutto mi sono sentito triste.
Per quale motivo?
Perché era la fine di un capitolo. Ho rivisto il sudore degli allenamenti, i tentativi, la fatica... volevo vincere, ma non avevo nessuna fretta di arrivare. Non ho mai visto il risultato come l’unico senso dei miei sforzi, non inseguivo la mia ambizione. Vale per tutti, però: chi fa una cosa perché gli piace e vuole farla al meglio, otterrà il miglior risultato in relazione al proprio talento. Il massimo!
Grazie Alex... Possiamo dire che Zanardi tifa per noi, per i nostri atleti?
Certo! Vi auguro di impegnarvi al meglio delle vostre capacità, non solo nello sport. Vincere è bellissimo, è un valore aggiunto che auguro a tutti, ma credetemi: non è la cosa che conta davvero.