A pochi passi dalla battigia, proprio davanti al mare di Andora, su cui oggi splendeva il sole. La Messa con cui abbiamo voluto ricordare Fabrizio Valente si è svolta qui, dove il nostro collega ha lavorato d’estate, per dodici anni, accompagnando in mare i residenti della sede di Loano e Andora e, prima, tutti gli ospiti di Sacra Famiglia che arrivavano in Liguria per le vacanze. In circa 200 persone, tra ospiti, volontari della Fondazione, colleghi, bagnanti, cittadini che lo conoscevano e cittadini che non lo avevano mai incontrato, hanno partecipato alla celebrazione con commozione e silenzio, lontano dal clamore anche mediatico che ha accompagnato le cronache dei giorni scorsi. Con loro il sindaco di Andora Mauro Demichelis, il direttore delle sedi Marco Arosio, le responsabili Francesca Giussani e Marina Giampieri.
Il miracolo del bene che diventa normale
«Faceva il lavoro qui, ma non era solo lavoro, perché faceva sentire a casa», ha detto il presidente monsignor Bruno Marinoni nell'omelia della Messa, concelebrata con il cappellano delle sedi liguri don Alessandro Venturin.
Monsignor Marinoni si è soffermato su come si può arrivare a un gesto come quello del 25 agosto: «E’ stato un
atto di generosità portata all'estremo, ma un gesto estremo non nasce dal nulla: nasce da un'abitudine a fare delle cose, tanto che il gesto straordinario diventa normale. Ecco: il miracolo è quando il bene diventa normale, un modo di vivere, come aiutare le persone a superare le fatiche grandi e piccole, come anche quella di entrare in acqua».
A che vale la vita, se non per essere data?
Sul perché ci si fosse ritrovati proprio lì, il presidente è stato esplicito. «Lo ricordiamo su questa spiaggia perché è un luogo familiare: per chi vive qui, venire “a mare” è vivere un’esperienza che fa sentire a casa. È una caratteristica umana: quando uno si sente a casa, sta bene. Non siamo qui per un ricordo nostalgico, ma per ricordare il bene che Fabrizio faceva attraverso tanti gesti anche piccoli, come una focaccia distribuita a tutti. Aveva il dono di mettere a proprio agio le persone nelle relazioni, una caratteristica che tutti si ricordano. Siamo qui per dirgli grazie, perché fare il bene gli ha permesso di compiere una cosa straordinaria, data però dalla normalità della sua vita. Ringraziamo Dio», ha concluso, «per questa presenza e per il clima che ha creato, senza fare un ricordo sterile ma che genera. Anche noi siamo chiamati a dare la vita, in un modo non drammatico come il suo, ma se non diamo la vita, se non la doniamo agli altri, la vita sparisce, diventa inutile».Al termine i ragazzi hanno voluto salutarlo a modo loro, con un triplo hip hip hurrà. Per tutto il resto della celebrazione erano rimasti in silenzio, raccolti. Nessuno, questa mattina, aveva bisogno che gli venisse spiegato perché si era lì.